Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
La punta delle dita sfiorava l'intonaco freddo. Lei stava ferma davanti alla parete, una mano sul viso, come se bastasse quel gesto per trattenere tutto ciò che da anni cercava di non guardare.
Fuori la città continuava a fare quello che fà una città. Rumori, automobili, immondizia, cani la mattina alla ricerca di topi volanti, gente che correva dietro a cose che un giorno avrebbe perso comunque.
Dentro la stanza, invece, c'era solo il muro.
E le sue crepe.
Lei pensava di osservarle.
Era l'errore che commetteva da una vita. Le crepe osservavano lei.
Da anni.
Da sempre.
Conoscevano ogni centimetro della sua faccia, ogni piega della sua stanchezza, ogni ruga, ogni notte passata a fissare il soffitto come un condannato che aspetta una sentenza già scritta.
Un leggero scricchiolio attraversò la parete. Poi un altro.
La calce tremò.
Una linea sottile si allungò verso l'alto.
Sembrava un sorriso.
Un sorriso cattivo.
«Sei invecchiata.»
Lei sussultò.
Il cuore accelerò.
Guardò la stanza alle proprie spalle.
Non c'era nessuno.
«Qui davanti.»
La voce arrivava dal muro.
Bassa.
Catarrosa come carta vetrata sulla carne.
«Dove credi di andare? Sono anni che ti aspetto.»
Lei rimase immobile.
«Non può essere.»
«Eppure è.»
Un pezzo d'intonaco si staccò e cadde sul pavimento.
«Ti osservo da quando hai imparato a nasconderti dietro le tue belle parole.»
Lei serrò la mascella.
«Io non mi nascondo. Non mi sono mai nascosta.»
Il muro rise.
Una risata secca.
Piena di polvere ammuffita.
«Questa è buona.L’ora delle minchiate gratuite.»
Le crepe sembrarono allargarsi.
«Hai costruito la tua vita nascondendoti. Ti sei raccontata che nessuno ti capiva. Che eri diversa dagli altri. Più profonda. Più sensibile. Più ferita.»
Il muro tacque per un istante.
«La verità è molto meno romantica.»
Lei sentì qualcosa muoversi dentro. Qualcosa che conosceva bene.
Rabbia.
«Tu non sai niente di me.»
«Io?»
Un'altra risata sarcastica. «Io so tutto.»
La crepa più grande attraversò la parete come una cicatrice.
«Ero qui quando hai preferito l'orgoglio a un abbraccio.»
Silenzio.
«Ero qui quando il telefono squillò quella notte e tu lo lasciasti suonare.»
Lei chiuse gli occhi.
«Ero qui quando hai deciso che era meglio perdere qualcuno piuttosto che rischiare di averne bisogno.»
Le mani iniziarono a tremare.
«Basta.»
«No.»
La voce si fece più dura.
«Adesso mi ascolti.»
Il muro sembrava respirare.
«Tu continui a raccontarti che sei sola perché nessuno ti comprende.»
Le crepe si fecero più profonde.
«Ma la verità è che non hai mai lasciato entrare davvero nessuno.»
Lei abbassò lo sguardo.
«Hai chiesto amore senza fidarti dell'amore.»
«Hai chiesto ascolto senza ascoltare.»
«Hai preteso comprensione mentre costruivi muri più spessi di me.»
Ogni parola cadeva nella stanza come una pietra.
Una dopo l'altra.
Senza fretta.
Senza pietà.
«Ti sei convinta che la tua sofferenza fosse speciale.»
La donna sentì gli occhi riempirsi.
«Ma il dolore non rende migliori.»
La voce si abbassò.
«Rende soltanto doloranti.»
Nella stanza si fece silenzio.
Un silenzio lungo.
Pesante.
Lei fissava il pavimento.
Come fanno i colpevoli.
O forse come fanno i sopravvissuti.
Il muro parlò ancora.
Ma questa volta senza cattiveria.
Quasi con stanchezza.
«Sai qual è la cosa più triste?»
Lei non rispose.
«Che non sei mai stata cattiva.»
Un'altra scaglia d'intonaco si staccò.
«Sei stata spaventata.»
La donna sentì un nodo salire dalla gola.
«Qualcuno ti ha insegnato molto presto che amare significava perdere.»
Le crepe sembravano meno minacciose adesso.
Più vecchie.
Più umane.
«E così hai imparato ad andartene prima.»
Lei chiuse gli occhi.
Una lacrima le attraversò la guancia.
«Per tutta la vita hai creduto che fossero gli altri ad abbandonarti.»
Il muro sospirò.
Uno sbuffo di polvere.
Un respiro di pietra.
«Ma io ero qui.»
Silenzio.
«Io ho visto quante volte sei stata tu ad andartene per prima.»
La stanza rimase immobile.
Nessun rumore.
Nessuna difesa.
Nessuna bugia.
Solo lei.
E quella verità.
Dopo qualche minuto alzò lentamente lo sguardo.
Le crepe erano ancora lì.
Le stesse.
Feroci.
Antiche.
Oneste.
Per la prima volta non ebbe voglia di distogliere gli occhi.
Perché aveva finalmente capito una cosa.
I muri non servono soltanto a proteggerci.
A volte servono a mostrarci la prigione che ci siamo costruiti da soli.
E certe crepe non sono ferite.
Sono porte.-
G.L. - 2026